A poco più di tre anni dal 2030, la domanda è semplice: l'Italia sta riducendo le emissioni di gas serra (soprattutto anidride carbonica, la CO₂) abbastanza in fretta da rispettare gli impegni presi con l'Unione europea? La risposta breve è «in parte».
- nei settori dell'energia e dell'industria e nell'assorbimento di CO₂ da parte di boschi e suoli il Paese è sulla buona strada;
- nei trasporti, nel riscaldamento degli edifici e nell'agricoltura, invece, il ritardo è evidente e il traguardo europeo, per ora, non viene raggiunto.
Per capire perché, serve prima chiarire che cosa dice il Piano, quali sono i tre obiettivi e in che unità si misurano.
Che cos'è il PNIEC
Il PNIEC, cioè il «Piano nazionale integrato per l'energia e il clima», è il documento con cui ogni Stato dell'Unione europea spiega a Bruxelles come intende ridurre le proprie emissioni di gas serra, aumentare le energie rinnovabili e consumare meno energia entro il 2030. L'aggiornamento italiano è stato trasmesso alla Commissione europea nel giugno 2024 e traduce in misure nazionali l'obiettivo europeo di ridurre del 55% le emissioni nette dell'Unione entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990 (il pacchetto di norme che lo attua si chiama «Fit for 55»).
Due precisazioni per leggere i numeri. Le emissioni di gas serra si misurano in tonnellate di CO₂ equivalente: è un modo per sommare in un'unica cifra gas diversi, come la CO₂ e il metano, in base al loro effetto sul clima. Si parla di «MtCO₂eq», cioè milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Inoltre, ogni obiettivo è espresso come riduzione rispetto a un anno di confronto, che nei casi qui sotto è il 2005, oppure il 1990.
Gli obiettivi del piano
L'Unione europea divide le politiche climatiche in tre principali ambiti e per ciascuno fissa una regola diversa.
1. Energia e grande industria (sistema ETS). L'ETS, in italiano «sistema di scambio delle quote di emissione», riguarda centrali elettriche, acciaierie, cementifici, raffinerie e altri grandi impianti. Ogni impianto deve possedere una «quota» per ogni tonnellata di CO₂ che emette, per evitare di incorrere in pesanti sanzioni. Poiché però il numero totale di quote disponibili diminuisce ogni anno, l'effetto è che inquinare costi sempre di più. L'obiettivo europeo è che le emissioni di questi impianti nel 2030 siano inferiori del 62% rispetto al 2005.
2. Trasporti, edifici, agricoltura, rifiuti (regolamento ESR). L'ESR, o «regolamento sulla condivisione degli sforzi», copre tutte le emissioni che non rientrano nell'ETS: auto e camion, riscaldamento di case e uffici, allevamenti e coltivazioni, rifiuti e piccola industria. Ogni Stato ha un obiettivo nazionale vincolante e un tetto annuale di emissioni che scende anno dopo anno. Per l'Italia l'obiettivo è ridurre le emissioni di questi settori del 43,7% entro il 2030 rispetto al 2005. È l'obiettivo più difficile, perché dipende dalle scelte di milioni di famiglie e imprese: che auto comprare, come riscaldare la casa.
3. Boschi e suolo (settore LULUCF). La sigla significa «uso del suolo, cambiamenti d'uso del suolo e silvicoltura». Foreste, prati e terreni agricoli assorbono CO₂ dall'atmosfera, mentre incendi, disboscamenti e cementificazione ne liberano. L'obiettivo qui non è ridurre le emissioni, ma far sì che nel 2030 il settore assorba più CO₂ di quanta ne emetta. Per l'Italia il traguardo è un assorbimento netto di circa 35,8 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente all'anno. «Netto» significa il saldo: la CO₂ assorbita da boschi e suoli, meno quella che il settore stesso emette.
Oltre ai tre obiettivi sulle emissioni, il PNIEC fissa altri traguardi che servono a raggiungerli.
Il primo riguarda le fonti rinnovabili: nel 2030 dovrebbero coprire il 39,4% dei consumi finali di energia (tutta l'energia usata da famiglie, imprese e trasporti, non solo l'elettricità), con circa il 63% di elettricità prodotta da fonti rinnovabili e una potenza installata di circa 131 GW, di cui oltre 79 GW di fotovoltaico e 28 GW di eolico (un GW, gigawatt, è mille megawatt).
Il secondo riguarda l'efficienza energetica: il Piano prevede di riqualificare circa il 2% degli edifici ogni anno, con risparmi cumulati di circa 73 Mtep nel decennio 2021-2030 (un Mtep è un milione di tonnellate equivalenti di petrolio, un'unità usata per confrontare fonti di energia diverse).
Il terzo è la cattura e lo stoccaggio della CO₂, in sigla CCS: la CO₂ emessa da un impianto industriale viene intercettata prima che arrivi in atmosfera, trasportata con tubazioni e iniettata in profondità nel sottosuolo. Il Piano punta su circa 4 milioni di tonnellate di CO₂ catturate nel 2030, grazie al progetto «Ravenna CCS», fondato su di una società paritetica tra Eni e Snam: la CO₂ viene separata nell'impianto di trattamento del gas di Casalborsetti (vicino a Ravenna), portata al mare al largo con vecchie condotte del gas e iniettata a circa 3.000 metri di profondità nei giacimenti di gas ormai esauriti del mare Adriatico. La prima fase, già operativa, gestisce circa 25.000 tonnellate l'anno; una seconda fase, prevista entro il 2030, punta fino a 4 milioni.
La Commissione ha valutato prima la bozza del Piano e poi il testo definitivo. Sulla bozza aveva osservato che le misure italiane portavano a una riduzione complessiva di circa il 51% rispetto al 1990, quindi sotto il 55% richiesto a livello europeo, e aveva formulato circa venti raccomandazioni: politiche più incisive su trasporti ed edifici, un calendario per eliminare i sussidi ai combustibili fossili, una quantificazione più precisa della cattura della CO₂ e valutazioni più solide su come adattarsi agli effetti del cambiamento climatico. Nella valutazione finale gli obiettivi del testo definitivo sono stati giudicati sufficientemente ambiziosi.
A che punto siamo: i numeri dell'ISPRA
Il riferimento più affidabile è l'ISPRA, l'istituto pubblico che ogni anno misura le emissioni italiane e le proietta al 2030; l'ultimo rapporto è di maggio 2026. Il quadro storico è incoraggiante: le emissioni totali di gas serra sono passate da circa 518 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente nel 1990 a circa 385 milioni nel 2023, con un calo del 26,4%, e nel 2024 sono scese di un altro 3%, soprattutto grazie alla produzione elettrica. Il merito è dell'energia (-64% rispetto al 1990) e dell'industria manifatturiera (-45%). I trasporti sono invece l'unico comparto in controtendenza, con emissioni cresciute di circa il 7% rispetto al 1990.

Figura 1 — Variazione delle emissioni per settore, 2023 rispetto al 1990
Vediamo nel dettaglio i risultati rispetto agli obiettivi dichiarati.
Energia e grande industria (ETS): l'ISPRA stima nel 2030 una riduzione tra il 60% e il 69% rispetto al 2005, a seconda dello scenario, in linea con l'obiettivo europeo del 62%. Merito soprattutto della crescita delle rinnovabili e dell'abbandono del carbone.
Boschi e suolo (LULUCF): nello scenario di riferimento l'assorbimento netto arriva a circa 42,8 milioni di tonnellate l'anno, più dei 35,8 richiesti. L'Italia dovrebbe quindi rispettare gli impegni sia per il periodo 2021-2025 sia per il 2026-2030.
Trasporti, edifici, agricoltura e rifiuti (ESR): è qui che il conto non torna. Con le politiche già in vigore la riduzione nel 2030 si fermerebbe intorno al 30% rispetto al 2005. Aggiungendo le misure previste dal PNIEC si sale a circa il 41%, ancora sotto il 43,7% richiesto. Lo scarto non è grande in percentuale, ma in tonnellate pesa, e l'ISPRA segnala difficoltà sia per il periodo 2021-2025 sia per il 2026-2030.

Figura 2 — Settori ESR: riduzione al 2030 rispetto al 2005, scenari e obiettivo
L'ESR, inoltre, non fissa solo un traguardo di riduzione delle emissioni al 2030, ma anche un tetto annuale di emissioni che si abbassa ogni anno. L'Italia lo ha già superato nel 2021, nel 2022 e nel 2023, con eccedenze di circa 5,5, 5,4 e 8,2 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente: circa 19 milioni in tre anni.
Sforare non comporta una sanzione automatica, ma uno Stato può rimettersi in regola solo con strumenti limitati: usare in anticipo parte delle quote degli anni successivi, acquistare quote da altri Paesi che emettono meno del proprio tetto, oppure, entro limiti precisi, far valere parte dell'assorbimento di boschi e suoli. Ogni strumento ha un costo o un margine ristretto, e più il divario cresce più diventa probabile dover comprare quote all'estero, con una spesa a carico della finanza pubblica.

Figura 3 — Eccedenze annuali rispetto ai tetti ESR (milioni di tonnellate di CO₂ equivalente)
Anche sulle rinnovabili siamo lontani dal traguardo. Secondo l'ISTAT, nel 2024 le fonti rinnovabili hanno coperto il 19,4% dei consumi finali di energia, appena 0,2 punti in più del 2023 e circa 3 punti percentuali meno della traiettoria che il PNIEC prevedeva per lo stesso anno (22,6%). La media dell'Unione europea è del 25,2% e l'Italia è al diciottesimo posto. Per arrivare all'obiettivo dichiarato di un consumo basato su fonti rinnovabili per una quota del 39,4% del 2030, servirebbero circa 20 punti percentuali in sei anni, un ritmo molto superiore a quello dell'ultimo decennio, in cui la quota è cresciuta di 2,3 punti.

Figura 4 — Rinnovabili: dove siamo e dove dobbiamo arrivare
Nell'ambito del comparto ESR va detto che i trasporti pesano per circa il 28% delle emissioni nazionali e, insieme agli edifici, sono il cuore del regolamento ESR. Qui il cambiamento è lento perché dipende da scelte individuali e da beni che durano anni: auto e caldaie si sostituiscono quando si rompono, non perché cambia un piano. Servono rinnovo del parco veicoli, diffusione dell'auto elettrica, più trasporto pubblico e merci su ferro, riqualificazione delle case e sostituzione delle caldaie a gas con pompe di calore. Gli incentivi per queste scelte sono stati finora discontinui (vedi recente revamping dell'ecobonus al 65%), e la spinta europea (lo stop ai motori termici nuovi e il nuovo sistema ETS2, che estende il meccanismo delle quote a riscaldamento e trasporto stradale) arriva con tempi che il Piano considera solo in parte.
Allora, l'Italia è in linea?
Se si guarda al quadro complessivo, la risposta è «in parte». Nel mercato europeo del carbonio (energia e grande industria) l'Italia è coerente con la traiettoria, e anche sul fronte di boschi e suoli le proiezioni sono favorevoli. Il problema è il regolamento ESR, l'unico ambito con un obbligo vincolante a livello nazionale e quello che riguarda la vita quotidiana dei cittadini: anche nello scenario migliore, quello con le misure aggiuntive del Piano, la stima resta sotto il traguardo, e il primo periodo di impegno si è già chiuso con sforamenti annuali.
Con meno di quattro anni davanti, i settori che oggi frenano sono gli stessi in cui le politiche impiegano più tempo a produrre effetti, ed è per questo che il rischio di mancare l'obiettivo ESR è concreto. Per chiudere il divario servono tre condizioni.
La prima è trasformare le misure del Piano in strumenti certi e stabili: incentivi pluriennali per la riqualificazione degli edifici e per le pompe di calore, una strategia coerente per l'auto elettrica e il trasporto collettivo, autorizzazioni più rapide per impianti rinnovabili e reti elettriche.
La seconda è un monitoraggio più frequente, con indicatori pubblici di avanzamento, per correggere il tiro prima che i tetti annuali vengano superati.
La terza è prevedere in bilancio il costo del possibile acquisto di quote all'estero, per confrontarlo con quello degli investimenti necessari per evitarlo.
Il quadro in sintesi
| Ambito | Che cosa si misura | Obiettivo 2030 | Stima / stato attuale |
|---|---|---|---|
| ETS (energia e grande industria) | Emissioni degli impianti, rispetto al 2005 | -62% | -60% / -69% (ISPRA); PNIEC circa -66% |
| ESR (trasporti, edifici, agricoltura, rifiuti) | Emissioni dei settori, rispetto al 2005 | -43,7% | circa -41% con le misure PNIEC; circa -30% con le sole politiche vigenti |
| LULUCF (boschi e suolo) | CO₂ assorbita al netto di quella emessa, ogni anno | circa 35,8 MtCO₂eq di assorbimento netto | circa 42,8 MtCO₂eq (scenario di riferimento) |
| Rinnovabili | Quota sui consumi finali di energia | 39,4% | 19,4% nel 2024 (traiettoria PNIEC 2024: 22,6%) |
Progetto editoriale sviluppato in collaborazione con Il Sole 24 ORE Professionale
Articolo scritto da Gabriele Di Bella, Sustainability/ESG Expert
PUBBLICAZIONE
21/10/2026